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Una scatola di "vecchi pasticcini"

La sveglia come al solito suonò alle sette del mattino. La bloccai subito per non disturbare il sonno di Carla. Scivolai fuori dal letto e uscii dalla camera senza far rumore. Il contatto dei piedi scalzi con il marmo del pavimento mi fece rabbrividire mentre andavo nel corridoio notte per disattivare l’allarme. Poi, entrai in bagno. L’acqua tiepida della doccia mi diede un po’ di tono, senza riuscire a dissipare la tensione accumulata nei giorni precedenti.
Anche questa notte avevo dormito solo poche ore, con l’aiuto di un tranquillante. Indossai l’accappatoio e, con l’asciugamano di spugna, frizionai i capelli lunghi, bianchi. Misi le ciabatte e raggiunsi la cucina. Apri gli scuri e spalancai le finestre. Nala, il nostro cane meticcio, fece un balzo dalla sua cuccia, atterrò ai miei piedi e, iniziò a cercare le mie carezze. L’aria carica di umidità di quel caldo mattino di agosto invase la stanza annullando il fresco del condizionatore.
Offrii un biscotto a Nala mentre preparavo il solito caffe, nero abbondante che andai a bere difronte alla finestra. I passeri volteggiavano cinguettando tra la palma e l’ulivo del nostro giardino, al di là del quale si profilava via Canarini dove, attorno al camion della nettezza urbana, gli spazzini si scambiavano battute a voce piena. Il cielo opaco annunciava un’altra giornata torrida. Non era l’afa dell’estate veneziana a opprimermi, ma il pensiero di quella scatola di vecchi pasticcini offerti alcuni giorni orsono a nostro figlio dopo due anni di assenza. Non ero presente ma al racconto impallidii.
Finii di sorseggiare il caffè, rientrai in cucina e chiusi la finestra. L’aria fresca del condizionatore si fece subito sentire. Incominciai a vestirmi e accanto alla televisione c’era una foto di Federico, nostro figlio, di quando aveva 16 anni, seduto sul divano di casa nostra assieme al cugino più grande. La osservai pensoso, poi mi alzai presi il cellulare per fare quella telefonata ma, non la feci. Ritornai in camera e guardai Carla stava dormendo. E' una donna non molto alta, magra, con uno sguardo dolce e riflessivo.
Ha cinquantatrè anni, due meno di me, ed l’unica persona dalla quale accetto osservazioni e critiche, sempre pacate, senza reagire.
Mi spalmai la crema da barba sul viso ed inizia a radermi quando lei mi posò le mani sulle spalle e mi salutò :
“Ciao, come è andata stanotte?”
“Solito” replicai sorridendogli.
Squillò il cellulare che interruppe il discorso. Risposi concludendo in breve tempo. Mi liberai dell’accappatoio e indossai camicia e pantaloni. Uno sguardo allo specchio, una ravviata ai capelli ed ero pronto per affrontare la giornata. Arrivai nel mio ufficio e raccolsi i documenti sui quali avevo lavorato il giorno prima, per formulare una serie di proposte commerciali da discutere con il mio capo.
Mentre riponevo le carte nella borsa di pelle, squillò il cellulare.
“SI” risposi.
“Come stai?”. Era Carla.
“Mai stato meglio”, mentii.
“E tu?” domandai
“Lascia perdere: sono passati due anni e non ne vale più la pena. Non roderti il fegato per quella scatola di pasticcini. Non ne vale la pena credimi. Non lo meritano”
“E’ difficile Carla. Cosa ha fatto di male Federico per essere trattato così?”
Carla emise un lungo sospiro.
“Carla mi hai sentito?”
“Ti voglio bene” disse lei e aggiunse:
“Non pensarci più non ne vale la pena”
Poco dopo ero in macchina ripensando allo schema che mi ero proposto di seguire nella campagna pubblicitaria. Solo allora notai sul lato opposto della strada uno spazzino che aveva finito il suo lavoro e che stava infilando la ramazza nel bidone aperto dell’immondizia. Accesi l’autoradio e infilai l’autostrada destinazione Verona.
Nonostante la musica quella scatola di pasticcini era sempre davanti ai miei occhi come l’avessi sempre vista. Per allentare la tensione cominciai a parlare da solo e dopo un po’ mi ritrovai a fischiettare, senza accorgermene un vecchio motivetto. “Una granita di limone - darsi un bacio sul portone – e restare vicino anche se pioverà…una scatola di pasticcini – per non saper cosa portare…”
Ridicole persone che hanno scelto il fare studiato, i sorrisi di circostanza, le parole misurate, belle fuori ma vuote dentro.
Bussai alla porta dell’ufficio dell’avvocato Asetti e, non avendo ricevuto risposta, suonai il campanello. La porta si apri ed entrai in un’ ampia sala d’attesa. La signorina mi disse di aver già avvisato l’avvocato del mio arrivo, di sedermi e di attendere cinque minuti. L’avvocato sedeva alla scrivania ed era concentrato nella lettura di un periodico. Diedi un piccolo colpo di tosse e l’avvocato alzò lo sguardo su di me.
“Oh mi scusi, non l’avevo sentita entrare”
“Prego si accomodi, l’avevo fatta venire perché abbiamo dei problemi con il nostro vecchio centralino”.
Mi fece sedere su di una poltrona davanti alla scrivania e non potei non vedere sopra alla stessa delle riviste pornografiche. L’avvocato non si affrettò a chiudere le riviste ed io non diedi l’impressione di essermi accorto della mercanzia esposta. Il colloquio durò venti minuti , avrei dovuto presentargli una proposta di sostituzione del vecchio centralino per il lunedi successivo.
Uscii sulla via lo studio dell’avvocato è in via San Marco proprio accanto ad una vecchia farmacia. Come non bastasse incominciava a piovere mi infilai dentro l’automobile. Non la misi in moto ma rimasi li seduto con davanti agli occhi quella scatola di “vecchi pasticcini”.
- Perseguire la felicità è lo scopo della vita: è evidente. Che crediamo o no in una religione, che crediamo o no in questa o quella religione, tutti noi, nella vita, cerchiamo qualcosa di meglio. Perciò penso che la direzione stessa dell’esistenza sia la felicità.-
Mi ritrovai all’improvviso avvolto in questi pensieri senza, per altro essermene accorto.
- Abbiamo i giorni contati e devo perdermi per una scatola di vecchi pasticcini? – Una scatola…quella scatola la farò diventare una metafora della vita, un contenitore di idee e sogni, di amore e speranze, sentimenti e passioni. Cercherò nella scatola e, chissà, non vi trovi qualcosa, immergerò la mano nello specchio del tempo per vedere cosa potrò trarre del mio riflesso. Conoscendo bene ciò che è stato potrò affrontare tutto quello che è e che probabilmente sarà.
La storia lascia sulle persone che ci circondano dei segni indelebili. Belli o brutti, gioie o dolori, fortune e grandissimi sacrifici, sorrisi e lacrime, percorsi in salita e altri in volata. Ogni circostanza, con il tempo, non fa che lasciare tracce indelebili nella nostra anima e nei nostri corpi, plasmandoli nei casi più fortuiti e forgiandoli nei casi più difficili, come accade con il ferro, che battuto sull’incudine del fabbro si piega e prende forma sotto i colpi di una mano esperta.
Di colpi nella vita ne riceviamo tutti, ed anche se in misura diversa siamo tutti chiamati su noi stessi da questa nostra grande fragilità, forse per cercare di rendere ogni momento della nostra esistenza un’opportunità di crescita e di miglioramento.
Sarà così allora un altro segno sul mio viso, un'altra ruga che rappresenterà quella “vecchia scatola di pasticcini”. Una ruga che mi aiuterà a manifestare la mia forza per contrastare le vicissitudini negative della vita con determinazione e carattere, senza mai permettere alla sfiducia di prendere il sopravvento. Chissà forse guardandomi in faccia quella persona che ha regalato quella scatola prenderà coscienza da cosa ha avuto origine e di cosa rappresenta quella nuova ruga.
Chissà forse finalmente si chiederà quanta vita vera c’è dietro ad ogni ruga…“sono come le parole di un libro aperto, sfogliato dal tempo, davanti agli occhi del mondo. Alda Merini”
Errebi

Commenti

  1. Un racconto pieno di riflessioni che si snodano con leggerezza.

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