Ancora per una volta…

Dove comincia veramente una storia? Nella vita è difficile che ci siano inizi o conclusioni netti, momenti precisi nei quali, a posteriori, possiamo dire che tutto sia cominciato o finito. Tuttavia, esistono attimi in cui il destino incrocia la nostra esistenza quotidiana, mettendo in moto una serie di eventi assolutamente inaspettati e dall’esito imprevedibile.
Sono quasi le cinque del mattino e sono sveglio. E' da un paio d’ore che non riesco a dormire. Dopo essermi infilato a letto, ieri sera, mi sono rigirato per quasi un’ora prima di gettare la spugna. Quell’attimo non mi mollava e adesso seduto alla scrivania, sto battendo nella tastiera, il racconto del nostro personale incontro con il destino.
Una data, 31.01.2008 che ha cambiato le nostre certezze. Un’ora, le 19.00 che ci ha catapultati dall’altra parte della strada.
La casa è immersa nel silenzio, a parte il regolare ticchettio della sveglia appoggiata sopra al mio comodino. Carla e Federico dormono e mentre fisso le lettere della tastiera mi rendo conto che non so da dove cominciare.
Non perché non sia sicuro della nostra storia, ma perché non riesco a capire la ragione che mi spinge a raccontarla. Che cosa si può ottenere dissotterrando il passato? Dopo tutto, i fatti che sto per raccontare accaddero tre anni fa ma, oggi, seduto qui, so con certezza che devo ancora una volta raccontarli, se non altro per gettarmi finalmente tutto alle spalle.
I ricordi di quel periodo, soprattutto quelli più recenti, sono sostenuti da una manciata di cose: le immagini nitide e ben chiare ancora impressi nella mia mente, le parole taglienti che hanno ferito come una lama ben affilata e, ovviamente, i rapporti diretti. C’è anche il fatto che ho rivissuto gli avvenimenti di questa storia centinaia di volte nella mia mente; ormai sono incisi nella memoria. Mi rendo conto che è impossibile ricreare le emozioni o i pensieri di quel preciso momento, ma è quello che cercherò di fare, nel bene e nel male.
Questa è prima di tutto, una storia vera e di dolore, come tante altre, quella di mio figlio Federico, di mia moglie Carla e di me stesso .E’ una storia che ha radici nella tragedia. Nel contempo è una storia di perdono e quando avrete finito di leggerla spero capirete le sfide che mia moglie, mio figlio ed io abbiamo dovuto affrontare.
Spero che capirete le nostre decisioni, buone e cattive, come mi auguro che alla fine comprenderete il perché. Voglio essere chiaro, però: questa non è semplicemente la nostra storia. E’ una storia per certi versi identica a quella di tante altre persone che hanno vissuto la nostra stessa esperienza e, per certi versi, diversa nella sua conclusione. La nostra l’orgoglio, alla fine, l’ha fatto da padrone.
La sera del 31 gennaio 2008 ero ancora intento al lavoro nella scrivania del mio ufficio. Il fumo della sigaretta si alzava in spirali e mi stavo alzando per aprire la finestra quando ad un certo punto squilla il cellulare. Distrattamente guardo il display per vedere chi sta chiamando e mi appare alla vista il nome di mia moglie.
“ Ciao mi ha appena chiamato Laura, Federico ha avuto un incidente con la moto, sembra non sia nulla di grave”
“Si” dissi io.
A pensarci una cosa del genere era proprio assurda, eppure è stato proprio così. Mi lasciai cadere sulla sedia e appoggiai la schiena, avevo il viso madido di sudore. Mi accesi una sigaretta, chiusi il pc, presi la mia roba e me ne andai. Come al solito la strada a quell’ora serale era sempre trafficata, mi innervosii non poco e appena entrato in autostrada spinsi l’acceleratore, volevo arrivare a casa il più presto possibile. Arrivai che mia moglie stava chiudendo il portone di casa. Salì e si prese la direzione dell’ospedale. Durante il tragitto a mia moglie venne la malaugurata idea di chiamare nostro figlio al cellulare ma, non rispose lui, rispose un medico che senza giochi di parole ci invitò ad arrivare il più presto possibile. La strada diventò improvvisamente buia. Il silenzio, l’assenza di vita, tutto stranamente irreale. Eravamo arrivati in quella sala di pronto soccorso senza nemmeno accorgersene e tutto stava precipitando. Soli anche se circondati da persone in camice bianco e verde, da luci bianche e da corridoi che sembravano sentieri che precipitavano lungo il fianco di una collina in un profondo dirupo al fondo del quale scorreva un rigagnolo d’acqua melmosa.
Pareva proibitiva, quella cupa gola, ma era un sentiero che, nostro malgrado, dovevamo percorrere, per cui, ancora sotto l’effetto dello chock, ci lasciammo scivolare lungo quel pendio.
Non appena raggiunto il fondo capimmo che ancora non era che l’inizio. In un attimo un uomo si presento davanti a noi. La figura, che pareva uscita da un incubo o da un libro di favole per bambini, era di statura normale, la figura asciutta, i capelli neri e ben rasato. Ci fece cenno di seguirla e solo in quel momento mi accorsi che indossava un camice bianco. Entrammo in una piccola stanza bianca con una grande lavagna luminosa appesa al muro. L’uomo l’accese e vi appoggio sopra dei referti radiografici cominciando a descriverci quello che lui vedeva. Non capii assolutamente nulla e, molto probabilmente fu un bene così. “Ma mio figlio dov’è ?” chiese mia moglie.
“Lo stanno preparando signora”
“Lo posso vedere ?” domandò mia moglie
“Certo signora mi segua”.
Dopo che tutti gli altri si furono allontanati attraverso una rampa di scale mi trattenni un momento nella penombra della stanza ad ascoltare il silenzio della notte. Non c’era il ben minimo rumore. Un silenzio irreale in quell’angolo di ospedale che sapeva di disinfettante e dolore. Era un odore che all’inizio non avevo sentito ma che piano, piano stava diventando un “fetore” al quale non ero abituato.
“Ma che cazzo ci faccio in sto posto di merda ?” dissi, lanciando su di un cestino un pezzo di carta arrotolata.
“Perché proprio nostro figlio e non quello di qualsiasi altro ?”
Devo ammettere che in quel momento speravo che qualcuno mi desse un pizzicotto e mi risvegliasse da un brutto sogno ma…
”C’è puzza qui dentro”
Sgranai gli occhi, poi risi.
“Oh, sicuro. Devo proprio andarmene” ma non sapevo dove.
“Renato, tengo qui i documenti, quelli che mi hanno dato al pronto soccorso” “Grazie per essere venuto, Michele.“
“Come sta Federico”
“Non lo so tanto chiaramente ma penso che la situazione sia grave anzi, gravissima”
Michele mi prese sottobraccio e prendemmo a salire quella scala che poco tempo prima aveva condotto Carla da Federico. Ci erano voluti cinque minuti per arrivare davanti alla porta della rianimazione ma mi fermai di colpo e attesi che arrivasse Carla.
Erano venuti a prenderlo con l’ambulanza e poi, incredibile, mentre correvano a tutta velocità verso l’ospedale dalla parte opposta arrivava Carla e come in un attimo un presentimento ma poi nulla di più. Il solito incidente meglio prendere una strada alternativa e Carla si risparmia la vista della tragedia a cui si troverà davanti da li a poco. Disteso per terra, il casco da una parte e la moto venti metri più in là. Con la sua giovane vita appesa ad un filo, stava morendo e non so come adesso è ancora qui con noi.
Da li a qualche mese uscimmo dall’ospedale per entrare nel primo centro di riabilitazione lottando fino all’ultimo respiro contro i medici che non avevano alcuna intenzione di mandarcelo. Il suo destino, per loro, era ormai già segnato. In un letto d’ospedale in lunga degenza.
“Dottore, dottore”
I suoi movimenti, le sue reazioni, la fiammella dinanzi agli occhi. Ci rendevamo conto che nostro figlio c’era e che quella fiammella non doveva spegnersi. “Dottore, Federico va in riabilitazione”
“No. No, nient’altro. Non ci sono speranze”
“Certo, per lei non ci sono speranze, per noi la speranza è l’ultima a morire” “Federico va in riabilitazione”
E fu in quella stanza di ospedale che iniziò la seconda vita di nostro figlio. Il giorno prima di lasciare l’ospedale avevo dormito poco o nulla, assopendomi finalmente verso le due del mattino, ma anche quel riposo era stato turbato. Mi svegliai più stanco di quando ero andato a letto, e nel momento stesso in cui aprii gli occhi mi ritrovai di nuovo all’erta, i nervi tesi. Respingendo le coperte, scivolai dal letto, mi portai in punta di piedi vicino alla finestra e scostai le tende.
Erano le cinque e mezzo, e il sole si era già alzato. Le montagne lontane erano inondate d’oro e rigate d’ombra, mentre in cielo non c’era nube alcuna. Uno splendido mattino, ma non ne ricavai alcun piacere mentre mi accendevo una sigaretta, benchè mi bruciasse già la gola per le troppe fumate prima di riuscire ad assopirmi. Tossii, voltai le spalle alla finestra e solo in quel momento mi accorsi che Carla non era più a letto e la sentii giù in cucina che stava preparando il caffè.
In un angolo della cucina, accanto alla finestra, era seduta bevendo il caffè. Senza dirle una parola presi una tazza e la riempii anch’io di caffè, mi sedetti vicino a lei, ci guardammo un momento e…
“Oh accidenti è ora di partire ci aspetta nostro figlio e una lunga, lunga avventura che chissà mai quando finirà, se finira” disse Carla.
Non risposi cominciai a prendere le valigie preparate la sera prima, le chiavi dell’automobile, le chiavi di casa, un ultimo sguardo. Quella casa che aveva visto nascere Federico che non l’avrebbe mai più rivisto. Chiusi la porta, due giri di chiave, presi le ultime valigie mi voltai un ultima volta e fu come un lampo… “Papà, Papà andiamo a fare un giro in bici ‘”
“Non ora Federico non ne ho voglia “
“Mamma, papà non ha voglia”
“Non importa Francesco noi ci andiamo lo stesso”
Chissà potrò mai più fare un domani un giro in bicicletta con Federico. Perché non aver avuto voglia in quei momenti. Ora non restavano che i ricordi che sembrava portassi dentro a quelle valigie. Mi massaggiai il viso, tornando alla realtà. Carla mi stava aspettando e tutto intorno un silenzio in quel condominio che era stato la nostra vita.
“ Cristo, ancora un po’ e perdiamo il ferry boat”
“ Scusa Carla ma mi sono come distratto”
“ Dai apri la macchina, carichiamo le valigie e partiamo”
“ Due ore Carla e inizia il cammino”
“ Due ore Renato e non so quanto, quanto tempo ancora per la sua vita”

Eravamo arrivati al punto assai critico del non-ritorno, sbalorditi dalla caduta inattesa e violenta, ci trovavamo nel buio di un fondo senza fine, ma per fortuna, stranamente asciutto. Queste le prime sensazioni dopo l’arrivo di Federico e nostro al centro di riabilitazione. Scoprimmo lentamente che la parete del pozzo che teneva Federico prigioniero era costituita da semplice terra, per cui incominciammo a scavare, procedendo dalla base in senso orizzontale ed obliquo, tracciando un piccolo sentiero a chiocciola, che lentamente – ma decisamente – iniziò a portare Federico, da anello ad anello, gradatamente a conquistare luminosità e luce e, d’un balzo la libertà, che ancora oggi cerca di raggiungere. Carla si caricò sulle sue spalle tutto il periodo della permanenza in riabilitazione di Federico circa una anno e mezzo, a parte qualche breve periodo dove riuscivo a liberarmi dagli impegni di lavoro.
“Pronto Francesco sono papà, come va”
Al telefono, iniziai a chiamare mio figlio ma non sentivo nulla, ascoltavo solo dei suoni meccanici delle macchine che lo aiutavano a tenerlo in vita, mi accorsi che fra questi suoni c’era anche il suo respiro, ma il respiro di una persona provata, stanca, affannata. Quella sua voce baritonale venata da quel accento veneziano, mentre ora, non pronunciava neanche una sillaba, ma era vivo, e questo era importante. Sentivo al telefono Paola durante la settimana e un giorno mi passò Federico.
“Ciao papà”
A quel punto piansi di gioia, per Federico si stava aprendo una strada, una strada lunga e tortuosa ma sempre una strada. Iniziavo a stare meglio, al lavoro ero più presente e attivo anche se soffrivo tanto a stare così lontano da Federico e Carla; avvertivo la necessità di vederli e di dividere con loro la lotta intrapresa. Continuavo ad aspettare le telefonate di Carla ed essere informato la dei piccoli miglioramenti di Federico, mentre poi arrivava il venerdi sera per partire e stare con loro. Il momento peggiore era quando rientravo a casa la sera dal lavoro, mi abbandonavo ai miei pensieri e alle mie considerazioni, pochi attimi erano bastati per cambiare la nostra vita, quello che prima mi sembrava importante, ora non lo era più.
Come sono rilevanti in questi momenti i valori della vita, e cioè l’AMORE, l’AFFETTO, la FAMIGLIA, il calore delle poche persone che ti restano vicine; ti rendi conto di aver conosciuto prima, tutte persone inutili, ma forse quando sei nel pieno delle tue energie, frequenti proprio le persone cosiddette inutili perché – nella frenetica quotidianità – dai preferenza più alle persone superficiali che, in quanto tali, ti offrono più spensieratezza.
Questi momenti che ci hanno fatto capire veramente su chi potevamo contare e su chi invece era inutile insistere. Quando ritornavo a casa per presentarmi al lavoro, mi sentivo quasi in colpa e mi chiedevo:
“Ma come, io sono qui a mangiare, a guardare la televisione, a leggere comodamente il giornale, mentre loro…”
Ma la vita è anche questa. E’ diversità. Iniziai a portarlo fuori, nel parco del centro di riabilitazione, in carrozzella, ma la cosa non lo interessava molto, si stancava con estrema facilità, una voltagli comprai un gelato e lo imboccai, ricordo che mangiò quel gelato con grande avidità e cupidigia.
“Mhhh! che buono. Non mi ricordavo quasi più il sapore” disse.
Passarono così nove mesi. Uno dei venerdì sera in cui arrivavo per stare il fine settimana Carla mi informò che Federico veniva dimesso per essere trasferito presso un altro centro. Non si sentivano più competenti al suo caso. Aveva bisogno di andare in un posto dove trattassero anche la sua disabilità visiva.
Fù una piccola avventura la partenza, al mattino molto presto, la macchina stracarica con il problema di farci stare l’ingombrante carrozzina. Il viaggio prima in ferry boat, poi in autostrada ed infine l’arrivo. Altri quattro mesi.
Quante conquiste e quanta fatica. Poi il ritorno a casa, le prime domande, i primi pensieri.
“Non ricordo l’incidente. E’ come se si fosse spento tutto intorno a me, senza alcun dolore. Ed ho incominciato a sognare. Forse il passato, forse il presente, non lo so. E’ l’inizio di una nuova vita, circondato dalle persone che veramente mi vogliono bene” incominciò Federico una mattina mentre si alzava dal suo letto. Camminare per lui non è facile, muoversi neanche. Da bambino non te ne rendi conto, invece da adulto nelle sue condizioni devi recuperare, cominciando da zero. Un elemento va citato per tutti. I ricordi: i più recenti, vengono cancellati; restano i ricordi più profondi, quelli di un lontano passato. I sentimenti profondi e il suo carattere non sono cambiati, anche dopo prove come questa: il carattere di Federico ha vinto anche il coma, chissà perché. Il suo movimento e ogni elemento del suo aspetto fisico vanno per conto suo; è come se il suo cervello avesse perso la regia unitaria di tutto: gambe, braccia. E, anche se lui ordina direttamente o indirettamente ciò che devono fare secondo i suoi voleri, che sono ben precisi, queste parti non lo rispettano. Perché vanno per conto loro, indipendentemente dalla sua volontà. Lo stacco tra la volontà ed il proprio fisico, cioè quello che esso fa concretamente. E’ come se il suo fisico rispondesse a sue proprie regole, indipendentemente da quelle che lui da o vorrebbe dargli. Comunque ciò che vale è che lui continua a vivere.
Penso che questa considerazione gli consenta di tirare avanti, nonostante tutto. Principalmente per quelli che lo anno aiutato disinteressatamente. Se gli infermieri, i fisioterapisti e tutti gli altri operatori hanno uno stipendio corrisposto dall’ospedale o dai centri di riabilitazione per fare un certo lavoro, che è comunque una missione, che compenso hanno le persone che ti stanno vicino, disinteressatamente ?
Il suo valore è , in qualche modo, la risposta al tuo passato. Tutto li. E’ questo è la conferma vera del tuo valore di ieri ed un dato non secondario da tenere in considerazione anche oggi perché, per loro può avere un valore anche un semplice sorriso, purchè sia quello di Federico.
A maggior ragione senza un compenso e se fatto da una persona nello stato in cui era Federico. Ho chiesto a mia moglie Carla di fare uno sforzo ulteriore. Per il bene nostro e di Federico di tagliare i ponti con chi utilizzava l’aiuto che ci dava per il proprio tornaconto d’immagine, per chi anteponeva il successo della propria professione alle iniziativa che potessero migliorare la vita di Federico, a chi presi dal proprio orgoglio di appartenenza hanno cancellato la loro presenza.
Non si sono proprio chieste queste persone quanto lunga è la strada da percorrere per la guarigione e, perché è così lunga. Non so ancora se abbiamo fatto bene o male ma, di una cosa sono certo. Ora siamo sicuramente tutti più sereni.
Lui guidava quella moto, non si poneva tante domande e faceva male, veramente male. Se, per caso, se le avesse poste tutte, forse non sarebbe mai salito in sella ad una moto, la prudenza non sarebbe mai troppa. Federico, purtroppo ci è salito male. Purtroppo è andata così. Federico ha comunque salvato la sua vita. Qualcuno ha deciso così dice mia moglie Carla io, finalmente posso dire: Federico è di nuovo tra noi. Certo con tutti i suoi migliaia di problemi ma è con noi.
Nello stormo, proprio come fa un gabbiano che, momentaneamente, si è disperso.
Errebì

Commenti

  1. Un gabbiano implume,torna a volare é la sua natura
    Volerà come quando é montato sulla moto-Volerà ancora senza pensare- E' la sua natura-
    Egill

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