Dal Sud al Nord

E così Milano. Se l'era immaginata diversa. Non sapeva come. Diversa. Davanti gli stava, invece, un piazzale dove le piante crescevano quadre e i fiori ordinatissimi, ma tutt'attorno sorgevano case molto meno ordinate: alte, basse, di lusso, estremamente modeste, con sopra, a lettere enormi, nomi che lui pure conosceva per averli letti sulla carta delle caramelle o sulla porta del gelataio. E poi una strada larga, dritta, con piantata da un lato una casa tanto alta che lui non l'aveva nemmeno vista sulle prime, come accade per le cose troppo evidenti. Con la mano libera dalla valigia tirò la manica della sorella: - Guarda! - Embè? - fece lei, pur avendo visto tanto mondo quanto lui e cioè Balzotrecase. - È un grattacielo, no? - Come se avesse pasteggiato fino allora a grattacieli. Serafino la guardò. Era improvvisamente diventata diversa Addolorata: le ciglia aggrottate sopra la fessura degli occhi nerissimi, fissava freddamente Milano, quasi Milano le avesse fatto qualcosa di male - impossibile perché erano arrivati allora - e lei contasse di vendicarsi. Ma forse era un atteggiamento di difesa preventiva, un modo, quel disprezzo, di non volersi lasciar sopraffare da quanto di straordinario presentava la grande città. Tutto sommato era un modo di averne paura. Lui no; lui, fermo con tutta la massiccia stazione dietro, fra lo scroscio delle acque cadenti dalle due bocche di leone spalancate ai lati della facciata grigia, guardava soltanto, ammirando dove c'era da ammirare, stupendosi dove c'era da stupirsi, deludendosi dove s'era fatto delle illusioni. Senza sapere che questo era un modo di aver coraggio. Non aveva mai sospettato di averne, lui, di coraggio. Anche ora, per lo spintone con cui Addolorata lo incitò impaziente: - E cammina! - Si, ma per dove?
- Per via Canonica, no? Che ha scritto il cugino Rosario? S'è letto cento volte il suo biglietto, a casa, in treno, ed ora mi vieni fuori a chieder per dove! Già: te...
- Si, ma noi non sappiamo in quale parte di Milano sia 'sta via Canonica! Al nord, a Milano, c'era un cugino di terzo grado: Rosario a cui avevano scritto per mettersi sotto la sua protezione, ricevendone un brandello di quaderno, con appena due righe d'indirizzo: «Via Canonica 32 interno». Adesso erano in un tale intrico di vie e di rotaie che anche Addolorata si dovette arrestare, non senza brontolare: - Che roba, 'sto Milano! E chi passa più di qui?
Volenterosamente Serafino guardò da ogni parte: - Forse lì... - indicò il tragitto più breve disseminato di salvagente, - è meglio...
- Ed ora, - egli rischiò un altro consiglio una volta in salvo sull'altra sponda, - si potrebbe domandare a qualcuno dov'è via Canonica! Magari è da tutt'altra parte, e noi viaggiamo da ieri.
S'avanzavano sul marciapiedi due signore grasse, dipinte, vecchie, vestite da ragazzina. Parlavano animatamente, ma Addolorata sbarrò loro il passo, risoluta, col biglietto di Rosario in mano:
- Debbo andar qui, signò, in 'sta via Canonica. Addò sta?
- Al Sempione, - rispose l'una.
- All'Arena, - rispose l'altra, proseguendo la via e le chiacchiere.
- Te possino... - incominciò Addolorata. Che razza di gente!
Mo' ne so quanto prima. Al Sempione! All'Arena! E che so' di Milano, io? Tu! Addò vai? Serafi!
Lui aveva visto un signore che fumava la pipa appoggiato allo stipite di un portone, in una specie di uniforme bigia coi filetti viola.
- Mi scusi, - gli chiese, - dov'è l'Arena? Dov'è il Sempione?
- L'Arena o il Sempione? - replicò l'uomo, togliendosi la pipa di bocca e guardandolo seriamente.
Serafino si senti come all'esame: - Via Canonica, - rispose.
Ah, - fece l'uomo, con una piccola smorfia, gli parve, levando moderatamente un braccio verso sinistra: - La circonvallazione, il 29, scendi in piazza Gramsci. - Spostò moderatamente il braccio a destra: - O l'1 e scendi all'Arco della Pace. - Subito riprese a fumar la pipa ignorandolo.
Serafino, intuendo in quell'astrazione un congedo, tornò dalla sorella, figura totalmente estranea, forestiera, così bruna, scarmigliata dal viaggio, ed anche per il modo di vestire, al quadro della città. - Ha detto di prendere il 29, - segno a caso a sinistra: chi sa cos'era il 29, - e di scendere a piazza Gramsci; oppure l'1, - segnò vagamente a destra, - e di scendere all'Arco della Pace.
- Salve! - motteggiò lei che pareva al colmo della sopportazione, come se a Milano ci fosse voluto venire lui. - E che sarebbero 'sti numeri? - Là! - s'illuminò Serafino, indicando qualcosa di verde e di lucente che avanzava rapido a cento metri di distanza, sulle rotaie. - C'è scritto 1! è un tram! Corri! - Gratitudine per la giusta indicazione ricevuta, ammirazione per il bell'aspetto di quel tram, fierezza per il suo primo orientarsi nella città sconosciuta gli invasero il cuore pronto a goder di tutto, com'era pronto a soffrir di tutto: il suo cuore, cioè, sensibile. - E che corri e corri! Chi sa dove si ferma, quello!
Ma si fermava proprio lì di fronte e Serafino con grandi cenni, correndo con la valigia in mano, chiedeva che l'aspettassero, che aspettassero Addolorata. - Ma corri! - si voltò a ripeterle giunto alla fermata. Quando si girò di nuovo verso il tram, questi, raccolti i predellini, chiusi gli sportelli, era partito.
Li vedi come sono? E m'avevan vista! E tu volevi che corressi! Valeva la pena per dei villani simili?
- Ma se tu correvi... - disse Serafino, - l'avresti preso! Sono andati perché tu non correvi. Io che ho corso ero in tempo a salire.
- Oh, tu corri sempre appresso a tutti... Tu!
Non gli pareva proprio che ci fosse nulla di male nel correre verso tutti e anche verso un tram per non farlo aspettar troppo. Ma si avanzava un altro tram numero 1 e la novità di dover salire su un predellino che sporgeva da solo fra porte che si aprivano e si chiudevano da sole era troppo eccitante ed anche un tantino rischiosa, per pensare ad altro. Infatti, come un cane bracco alla punta, si mise con tutti i sensi tesi ad attendere il tram al varco, spostandosi verso il luogo dove presumibilmente, mentre rallentava la velocità, si sarebbe fermato.
Brillò d'interno orgoglio avendolo indovinato al millimetro, e alla specie di sospiro con cui la vettura s'aperse, rispose, issandosi, con un respiro fiero, voltandosi quindi a porgere la mano alla sorella. Il tram si rimise in moto. Tutto era andato bene. Era il suo primo inserimento nella meccanica di Milano. Fatto ardito, chiese, mentre Addolorata pagava i biglietti, tre, la valigia pagava come se fosse una persona, attento a non cadere alle scosse delle fermate e delle svolte, mentre edifici via via sempre pili imponenti gli crescevano e gli sparivano ai lati: - Quando siamo all'Arco della Pace, ce lo dice, per favore?
Blandamente, col solo cenno del capo, tanto che a non starci molto attento uno non se ne sarebbe accorto, il tramviere consenti.
Siccome senza dubbio gli avrebbe indicato la fine del suo viaggio con un segno altrettanto impercettibile, per tutto il lungo tragitto Serafino non perse mai di vista il viso d'uomo dai corti baffetti neri sopra la bocca imbronciata, fra la visiera del berretto e il giro dell'alto colletto color ferro, badando a tenere una gamba premuta contro la valigia. Addolorata, attaccata a una maniglia, assente, indifferente, si lasciava trascinare dondolando come un'erba sotto l'acqua. Venne, dopo più di venti minuti, il cenno atteso e, all'inizio di un grande viale alberato che pareva senza fine, Serafino vide l'Arco sullo sfondo di una nuvola verde, centrante una lontana torre rossa, e sopra vi scalpitavano eroici cavalli immobili trattenuti da impetuose figure di gloria.
- Guarda com'è bello, Addolorà.
Giana Anguissola (1906 – 1966)

Commenti

  1. Non conoscevo per nulla questa testo di Anguisola. Mi pare fosse una scrittrice di libri per bambini.
    I due protagonisti rappresentano, secondo me, i due volti degli emigranti che arrivavano a Milano: lo stupore e l'ammirazione per tutto quanto si ritrova in una grande città e contemporaneamente l'astio verso di essa, non tanto per un'asprezza degli abitanti che non riconosco affatto, quanto per essere stati costretti a lasciare la propria casa, il proprio luogo.

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