
Sono passati cento anni dalla nascita di Django Reinhardt – 23 gennaio 1910 -. Unico europeo ad essere entrato nei “giganti del jazz”.Dopo un lungo girovagare in varie nazioni europee e nordafricane, la sua carovana si fermò alla periferia di Parigi, città che Reinhardt ebbe come scenario per quasi tutta la sua carriera.Quando aveva solo diciotto anni Reinhardt che aveva già iniziato una carriera da apprezzato banjoista subì un grave incidente. La roulotte della famiglia fu divorata da un incendio; Django riportò gravi ustioni, tanto da perdere l'uso della gamba destra e di parte della mano sinistra (l' anulare e il mignolo, distrutti dal fuoco, furono saldati insieme dalla cicatrizzazione).Questo incidente era destinato a cambiare la sua vita e la storia stessa della chitarra jazz. Infatti, a causa della menomazione alla mano sinistra, Reinhardt dovette abbandonare il banjo e cominciò a suonare una chitarra che gli era stata regalata, meno pesante e meno ruvida. Nonostante le dita atrofizzate, o forse proprio grazie a queste, sviluppò una tecnica chitarristica rivoluzionaria e del tutto particolare che ancora oggi lascia di stucco e suscita ammirazione per la perizia virtuosistica, la vitalità e l'originalità espressiva. Riusci in questo modo a vincere la menomazione. In breve tempo era già in attività con diverse orchestre che giravano la Francia; da li a poco sarebbe diventato un chitarrista impareggiabile, senza rivali. A tutt'oggi la sua impressionante discografia stupisce e disorienta, in quanto a composizione, tecnica chitarrista, e per le soluzioni armoniche ricercate, all'avanguardia per quel tempo.A metà degli anni trenta, Reinhardt e il violinista Stéphane Grappelli formarono un quintetto di soli strumenti a corda che divenne presto famoso grazie anche all'appoggio dell'Hot Club de France, una delle prime associazioni di promozione del jazz in Europa. Sull'onda di questo successo Reinhardt si rivelò come uno dei musicisti europei più talentuosi nel jazz tradizionale. La musica del quintetto era eccitante, carica ora di tensione, ora di leggerezza, quasi eterea e si aveva come l'impressione che i musicisti, nell'improvvisazione, suonassero come se avessero lo spartito davanti. Il tutto con una ritmica (la pompe) perfetta e sincronizzata come un "orologio svizzero". Subito dopo la seconda guerra mondiale, venne invitato negli Stati Uniti da Duke Ellington, che lo presentò come ospite in alcuni concerti, l'ultimo dei quali alla Carnegie Hall di New York.Con l'avvento del bebop Reinhardt diede ulteriore prova di maturità ed originalità artistica, incidendo dei brani memorabili con la chitarra elettrica: la poesia Manouche, miscelata alle sonorità più moderne, fa di quegli assolo una delle pagine più originali del jazz dell'epoca. Famose le incisioni al Club St. Germane del 1951 e le Paris Sessione del Marzo e Aprile 1953. Dopo la tournee americana con Duke Ellington, dal 1946 in poi, volle riaffermarsi come chitarrista jazz, essere un riferimento nel panorama internazionale al pari dei grandi jazz-man americani. Brani come Le Flechè d'or, Crazy Rithm, Brazil, September Song, mostrano un'espressività del lingiaggio jazz ormai trascesa dall'artista. Per l'epoca, 1950 circa, era avanti anche con l'utilizzo dell'amplificatore creando, volontariamente o meno, dei bei fenomeni di distorsione tali da far assumere allo strumento il timbro sonoro della tromba.Reinhardt rallentò sensibilmente la sua attività durante i suoi ultimi anni, forse anche per le cattive condizioni di salute; la sua decisione di non consultare medici per paura delle iniezioni, gli costò la vita. Reinhardt è ricordato sia come un eccezionale virtuoso del proprio strumento, sia come compositore fertilissimo. Inoltre, numerose leggende nell'ambiente jazzistico ne descrivevano la particolarissima forma mentis, in parte derivata dalle sue origini zingare.Tra i suoi brani più celebri: Minor Swing, Manoir des mes reves, Tears, Nagasaki, Belleville e soprattutto Nuages.Molti sono i chitarristi moderni che si ispirano direttamente a Reinhardt e che hanno formato una vera e propria scuola di chitarra gipsy jazz: Bireli Lagrene, Angelo Debarre, Stochelo Rosenberg, Tchavolo Schmitt, Fapy Lafertin, Romane, Dorado Schmitt e l'italiano Claudio Pietrucci sono solo alcuni dei nomi più famosi. Nell'ambito propriamente Jazz, chitarristi quali Jim Hall, John Scofield, Wess Montgomery, Renè Thomas e Jimmy Raney, tanto per citarne alcuni, sono stati influenzati da Django Reinhardt. http://it.wikipedia.org/wiki/Django_Reinhardt
Mi piace tantissimo la scelta di dedicare spazio ad uno dei grandi del jazz. Mi fai ricordare che l'ultima volta che ho ascoltato qualcosa del buon Reinhardt era circa un decennio fà. :-(
RispondiEliminaBon, comunque, ottima scelta!
Ps- non mi dare della signora però ti prego!! :-/
Saluts
Superfly