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Romanzo


La mia generazione
(L'Italia del boom economico e il ragazzo degli anni '70) Post n°4
Un ricordo particolare mi hanno lasciato le gite al Lido di Venezia. Arrivavamo in autobus prima e, in vaporetto poi. Eravamo in cinque, papà, mamma, tre figli I bagagli erano divisi equamente ma penso che gli albanesi dei giorni nostri viaggino più comodi. Tra pentole con la pastasciutta, la peperonata, le posate, i piatti, le bottiglie di acqua e vino e il plaid per stenderci al mare non capisco come non ci scambiassero proprio er dei profughi. Il plaid, coperta pelosa con disegni a quadri, costituiva per la mamma, un elemento essenziale per la scampagnata. Assolutamente inadeguata all'estate e alla spiaggia non ho mai capito a cosa servisse. Partivamo all'alba. Non ho mai saputo perchè. La scusa ufficiale era che, in quel modo, avremmo evitato il caldo e che il viaggio era lungo. Ripensandoci, credo invece che la partenza all'alba fosse un modo per celebrare l'avvenimento e dargli l'importanza che meritava. Il Lido di Venezia, in quegli anni, era la località balneare dei veneziani autentici. La spiaggia, a pagamento, dove andavamo noi, era la zona A. Vicino c'era l'hotel Des Bans e un pò più in la l'hotel Excelsior. Noi affittavamo, per la giornata intera la capanna, una casupula in legno con una porta, una finestra e un piccolo terrazzino di ingresso. Al ritorno a casa era di rigore la consumazione del gelato.La scelta avveniva scutando l'interno di malinconici cilindri industriali, da cui,il barista estraeva una o più palline di gelato;il gelato si chiamava "sciolto" al limone, alla fragola, crema e cioccolato e talvolta siaggiungevao sostnze esotiche come stracciatella o torroncino. Ricordo la mia perplessità quando ho visto per la prima volta il gusto malaga (con le uvette): pensavo che la crema fosse stata invasa da insetti panciuti. Con il cono gelato in mano, ci incamminavamo verso l'imbarcadero del vaporetto. Ogni tanto un fotografo balzava davanti a oi, scattava a raffica, e porgeva il biglietto da visita. Non ho mai appagato la curiosità di avere visto una di quelle foto. Luniverso diurno che mi circondava era tipico dell'ambiente balneare di quegli anni: passeggiate sulla battigia sotto cappellini rotondi di cotone; costumi di lana e di spugna che salivano oltre l'ombelico "tirando sull'inguine"; accappatoi decorati con motivi cinesi; sandali di cuoi blu con due buchi a forma di fagiolo in coincidenza delle dita.
I bagni erano la cosa più bella che si potesse fare al mare anche se all'uscita dall'acqua io e i miei fratelli eravamo sottoposti ad una vera tortura. Approfittando dei capelli bagnati nostra mamma ci pettinava e poi nostro papà ci fotografava. Noi possedevamo una Kodak automatica che, nonostante fosse automatica,ci costringeva lo stesso ad interminabili attese sotto il sole. Papà si affaccendava intorno allo strumento e commentava ad alta voce quel che faceva. Davanti alla capanna tutta la famiglia giocava a bocce o solo noi bambine a biglie. Il giocodelle biglie, quelle con le fotografie dei corridori all'interno era per me uno dei più belli,si potevano fare le corse in linea e le corse a tappe, scrivendo su un taccuino a quadretti l'ordine d'arrivo. Dopo un paio di domeniche passate a rotolare sulla sabbia, i nomi dei corridori diventavano illeggibili: per riconoscere un Dancelli da un Anquetil, occorreva leccarli...continua

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