Romanzo

E’ ormai un bel po’ di sere, dopo cena, che mi sto dedicando alla preparazione degli scatoloni per l’imminente trasloco. Svuota ante di armadi, svuota la cucina da piatti, bicchieri,pentole, canovacci. La libreria con i suoi libri, cassetti piccoli e grandi e…proprio da uno di questi cassetti mi è ritornato tra le mani uno mio scritto, che ho avuto la presunzione di chiamare romanzo, datato ottobre 2000. Nove anni, nascosto dentro il cassetto…nove anni di attesa. Ed ora ho deciso di metterlo nel blog così senza pretese ne secondi fini. Era dedicato a mio papà, Luciano, scomparso nel maggio del 1999…Lui conosceva questa storia.

La mia generazione
(L’Italia del boom economico e il ragazzo degli anni ’70) Post n° 1
Sono nato un martedì di inizio febbraio, nella camera d’angolo dell’ospedale al Mare di Venezia-Lido. Papà e mamma erano arrivati a bordo dell’autobus prima, e del vaporetto dopo, il giorno prima. Era prima mattina, c’era una bufera di vento e neve, faceva molto freddo, ero completamente calvo e Giovanni Gronchi era il Presidente della Repubblica. Degli anni cinquanta, il mio anno di nascita è il 1956, che ho frequentato per tre anni e dieci mesi, so abbastanza poco. Non ho mai fatto molte domande ai miei genitori, che in questi casi tendono ad abbellire la realtà, e soprattutto ad abbellire i figli. Comunque, dallo scatolone pieno di foto di casa ho scoperto alcune verità indiscutibili :
- i bambini degli anni ’50 devono ringraziare il cielo…hanno potuto crescere senza scoprire che in famiglia qualcuno stava per andare alla guerra ;
- i bambini degli anni ’50 venivano pettinati in maniera agghiacciante e…non lo sapevano. Nelle fotografie, infatti, sorrido ;
- i bambini degli anni ’50 sono stati gli ultimi a maneggiare giocattoli che non arrugginivano e tagliavano, ma producevano suoni interessanti.
Di un’automobilina a pedali di latta, ricevuta per il secondo compleanno, ricordo il rumore eccitante che emetteva quando veniva percossa con un birillo di legno, Nessuna automobile di plastica produce lo stesso effetto. Questi regali e quelle pettinature sono comuni a molti italiani nati tra la Seicento (1955) e la Cinquecento (1957), se vogliamo essere precisi nell’anno della Seicento Multipla (1956).
Il destino, di cui approfitto per ringraziare, mi aveva assegnato un papà trentaduenne, Luciano, che lavorava al Ministero delle Poste e Telecomunicazioni, e una mamma, ventottenne, Lidia, che si occupava di me a tempo pieno. Una situazione privilegiata fatto salvo per le fotografie, nudo, in vasca da bagno, a cavalcioni di un cavallo a dondolo completo di pistola e cappello da cow-boy che, sicuramente, non mi divertivano affatto.
La nostra casa stava in periferia di Marghera, la prima che io ricordo, a un tiro di schioppo da piazza Mercato, dove abitavano i miei nonni materni. Non era una grande casa e, aveva solo tre anni più di me. Per girarla tutta, a quattro zampe, ho impiegato la prima parte della mia infanzia. La difficoltà non era tanto trovare la strada, quanto imparare i nomi domestici e schivare la grossa stufa che si trovava nell’atrio. Alcuni luoghi erano, obbiettivamente più interessanti degli altri. La cucina, per esempio, aveva un nome festoso, il corridoio di ingresso in marmo veneziano era perfetto per le partite a calcio con mio fratello Roberto (la calza arrotolata – il pallone scivolava benissimo). Il salotto era deserto di giorno e si popolava di sera ; la cucina viceversa. Nel primo stavano le mantovane, che erano tende, nella seconda le veneziane, che sembravano tapparelle. Il bagno era rivestito di minuscole piastrelle chiare, lo sgabuzzino copriva una parte piccolissima della casa ma, appena si apriva la sua porta si entrava in un mondo meraviglioso fatto di scope, scatole, cianfrusaglie, scatole, scatoloni. Era meraviglioso quando la mamma mi mandava a cercare qualcosa che io non trovavo mai, era l’inizio di una esplorazione inutile e, ben sapendolo, andavo direttamente al tubo della cappa proveniente dalla cucina e lo usavo come interfono, ululandoci dentro i risultati negativi della ricerca.
Nei primi anni ’60 le galline a Marghera non c’erano. In quell’epoca pre-ecologica, aveva ambizioni cittadine, e preferiva il rumore di una caldaia (Porto Marghera) a quello di un pollo. Da questo punto di vista, la nostra famiglia non era al passo con i tempi. Nell’atrio operava un gigante nero, che aveva la funzione di comandare il riscaldamento dell’abitazione. Era una stufa in metallo dalle pareti lisce con una finestrella da cui spuntava una fiamma color azzurro. Dall’alto partivano tubi biancastri avvolti in fasciature ortopediche, che correvano lungo il soffitto, scomparivano nei muri, e si inerpicavano per tutto l’edificio. Quando, alcuni anni dopo, è stato deciso che il monolito andava sostituito è stata isolata, rimossa e trasportata nel luogo di sepoltura. Materiale per gli archeologi del 2998: forse sarebbe stato bello lasciar loro un biglietto per spiegare cos’è successo.
In casa avevamo anche apparecchi più piccoli. Non molto più piccoli: all’epoca, chi possedeva un macchinario voleva che si vedesse. Ricordo frullatori che impedivano la conversazione, lavatrici possenti come sfingi; lucidatrici semoventi; una radio panciuta a forma di Buddha; e armadi cui non mi avvicinavo volentieri perché temevo di essere travolto dalla caduta di un aspirapolvere. La cucina era ricoperta di formica, un nome che mi ha sempre divertito: il lavello era invece di marmo bianco, un fornello a quattro fuochi con annesso forno (Zoppas) e un frigorifero (Ignis). La prima volta che ho visto una partita di basket con la squadra con lo stesso nome, ho pensato ad un errore.
C’era infine il televisore, che ai tempi cercava di mimetizzarsi nell’arredamento, oggi è il contrario. (continua)

Commenti

  1. ...es io arrivavo tre anni dopo

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  2. Sono un po' piu' giovane e se solo in parte mi identifico in queste "esperienze", completamente mi abbandono al simpaticissimo racconto.
    Se ti capita "Vacca d'un cane" di Guccini racconta proprio la quotidianita' di quegli anni (anzi prima) in modo non meno divertente
    Ciao

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