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Camminando negli anni '70


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Ma che schifo di disco! I Pink Floyd sono finiti! Puah: robaccia commerciale… Non stupisca: non furono pochi i commenti di questo tipo all’uscita di questo album che non è solo uno dei capolavori dei Pink Floyd, ma una pietra miliare nella storia del rock .
Il fatto è che molti avevano ancora nelle orecchie la psichedelia allucinata dei primi Floyd, la follia ormai senza freno di Syd Barrett, il vagare onirico di Ummagumma…
Questo album levigato, lucido nei suoi contenuti musicali e letterari, “troppo” perfetto, dei graffi e degli incubi lisergici di “quei” Floyd non aveva più quasi nulla. A chi era cresciuto a forza di “Sarceful of secrets” e “The piper at the gates of down”, già lo splendido viaggio sinfonico di “Atom earth moter” lasciava qualche perplessità: un disco immediatamente affascinante come “Dark side” era un tradimento.
E bisogna capirli: allora la “buona” musica non doveva essere “facile”, doveva richiedere concentrazione, studio, applicazione. Accessibilità voleva dire commercialità.
Vendersi al mercato. Orrore! Ma per tutti i ragazzini che scoprivano i Pink Floyd con questo disco… ah, fu una folgorazione! Quella musica li portava incredibilmente lontano, molto oltre qualsiasi cosa avessero ascoltato fino a quel momento, toccando le corde giuste per farli sognare.
Su un pezzo come The great gig in the sky si volava, letteralmente, così come sul sax di Us and them, sugli echi di Breathe… Era tutto così assolutamente… perfetto… la musica colpiva l’ascoltatore trovando nel suo cuore e nella sua mente il punto esatto dove incastrarsi, quasi che chi ascoltava non avesse mai aspettato niente altro che quel suono, quel colpo di batteria, quella voce, quella chitarra.
Ed Eclipse “imponeva” di rimettere la puntina dall’inizio e ricominciare il viaggio. Da quando è uscito, questo disco è ininterrottamente in classifica: sono pochi gli album che generazione dopo generazione riescono a regalare le stesse fortissime emozioni.

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