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Camminando negli anni '70


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Pagato il doveroso e inevitabile tributo alle passioni giovanili con “Folk & beat n.1”, Francesco Guccini iniziò con l’inizio del nuovo decennio a mettere a fuoco il proprio stile personale che nei decenni a seguire non sarebbe più mutato. Dapprima due album in un solo anno (il 1970) come “Due anni dopo” e “L’isola non trovata” per trovare la strada giusta e iniziare a percorrerla, poi il bersaglio centrato perfettamente con “Radici” nel 1972.
Da molti considerato a tutt'oggi uno dei suoi episodi migliori, “Radici” contribuì all'affermazione definitiva di questo grande cantautore.
Si tratta di un disco che al suo apparire si perse forse tra i tanti eccellenti album che i cantautori stavano sfornando in quel periodo, ma riascoltato oggi, che dischi di quel livello sono merce estremamente rara, dimostra tutta la sua grande bellezza.
I testi rivelano la preparazione culturale di Guccini: un brano come “Canzone dei dodici mesi” può stare alla pari con “Asia” contenuta in “Due anni dopo” per ricchezza di citazioni; le musiche dimostrano una ricerca di soluzioni anche inusuali (la “diminuita” della Bambina portoghese”), le rime (costante, questa, di Guccini), esterne e interne al verso, si incastrano in un prezioso lavoro d’intarsio che (miracolo!) non appare mai forzato…
Eppure tutto questo sarebbe solo un esercizio di eccellente, sterile, tecnica, un vano sfoggio accademico, se a dare spessore all’album non ci fosse l’autentica passione popolare della Locomotiva “lanciata a palla contro l’ingiustizia”, l’ispirazione e la poesia malinconica di Piccola città e Incontro, l’ingenuità della favola futuribile (verrebbe da dire… futurata) del Vecchio e il bambino.
Tutte canzoni che hanno retto (come ogni grande lavoro d’ingegno e arte) al tempo.
E ne è riprova il fatto che molte di esse ritornano abitualmente nei concerti del cantautore, a 30 anni di distanza.

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[…] mi viene solo in mente quella storia dei fiumi, […] e al fatto che si son messi lì a studiarli perché giustamente non gli tornava 'sta storia che un fiume, dovendo arrivare al mare, ci metteva tutto quel tempo, cioè scelga, deliberatamente, di fare un sacco di curve, invece di puntare dritto allo scopo, […] c'è qualcosa di assurdo in tutte quelle curve, e così si sono messi a studiare la faccenda e quello che hanno scoperto alla fine, c'è da non crederci, è che qualsiasi fiume, […], prima di arrivare al mare fa esattamente una strada tre volte più lunga di quella che farebbe se andasse diritto, sbalorditivo, se ci pensi, ci mette tre volte tanto quello che sarebbe necessario, e tutto a furia di curve, appunto, solo con questo stratagemma delle curve, […] è quello che hanno scoperto con scientifica sicurezza a forza di studiare i fiumi, tutti i fiumi, hanno scoperto che non sono matti, è la loro natura di fiumi che li obbliga a quel girovagare continuo, e perfino esatto…

dal libro "Marcovaldo"

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