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Il Quirinale blocca un decreto-blizt sulle intercettazioni, Berlusconi si corregge


La tempestività in politica conta molto. E la tempestività con cui ieri il Quirinale ha salvato la possibilità stessa di una riforma condivisa del sistema delle intercettazioni dal rischio di una guerra termonucleare tra governo e opposizione merita davvero un plauso: meno male che Giorgio c'è, verrebbe da dire. Purtroppo la dialettica politica in assenza per ora di una opposizione parlamentare incisiva, stà mettendo sulle spalle del Capo dello Stato responsabilità importanti: quella di esortare il parlamento a fare, piuttosto che a litigare; e quella di indicare al governo la via migliore perchè questo accada.
In materia di intercettazioni (così come in materia di rifiuti) è evidente che bisogna intervenire. E' evidente per la semplice ragione che provò ad intervenire il precedente governo, che in un ramo del parlamento vide anzi approvata a larga maggiornaza la sua ipotesi di riforma.
Ma ciò che dovrebbe essere agevole - la convergenza su norme basilari dello stato di diritto - può però diventare impossibile se il governo sbaglia le sue mosse, e crea alibi all'opposizione per tornare al comodo muro contro muro.
Ieri il governo, per ragioni che mi sfuggono ma che certamente non sono attribuibili a un banale errore di stampa - aveva fatto esattamente la mossa sbagliata.
Il decreto legge in una materia che prevede nuove pene è una via impercorribile istituzionalmente ed rovinoso politicamente.
Il parlamento è già stato abbastanza umiliato in questi anni dalla pratica dei decreti legge per poter tollerare che anche un tema squisitamente parlamentare venga risolto per decreto del governo.
Bisogna ricorrere al dibattito parlamentare, alla pratica emendativa, all'oscolto di tutti gli operatori interessati.
Nonostante abbia i numeri e il consenso necessari per agire, il governo Berlusconi sembra ancora afflitto da un difetto congenito che già l'ha angustitato in altre epoche : una certa tendenza alla eiaculazione precoce.
Proclamare,o minacciare, vale molto di meno che riformare e legiferare. Non è segno di potenza politica, ma di impotenza. Agire per diktat non avvicina le soluzioni, ma le può anzi rendere impossibili.
Soprattutto quando sul capo del premier pende un antico sospetto di interessi privati in atti di ufficio. Ogni materia che ha a che fare con la giustizia va dunque maneggiata con cura specialmente da questo governo.
E i reati contro la pubblica amministrazione non possono essere eliminati per decreto legge dal novero delle inchieste in cui sono vietate le intercettazioni.
Errebi

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