Verde. Un ciuffo appena. Fra le zolle divelte del Monte, nell'odore acre
dell'esplosivo e dei morti riversi nel sole. Erba, tenera, sopravvissuta. La battaglia si è fermata ora, almeno per un po': mentre il sudore cola dalla fronte di chi aspetta e si mescola, in bocca, al sapore del sangue e della terra
Oh la collina. L'albero con i rami lunghi, nel vento. E il verde: del grano che cresceva, forte e bello, che cresce. Perché cresce anche adesso, vero mamma? Fa tanto caldo qui. Non riesco a respirare bene. E' bello invece a casa, in questa stagione. C'è sempre il vento, sulla collina. Da piccolo mi nascondevo dentro il grano, e tu ti arrabbiavi perché non mi facevo trovare. Sentivo la tua voce, che mi chiamava. Mi piaceva stare sdraiato così. Stavo sulla schiena e guardavo il cielo, il grano verde tutto intorno. A volte veniva sera, e quasi non me ne accorgevo. C'era qualche nuvola, il cielo era sempre più azzurro: alla fine tu non mi chiamavi più e anche i grilli smettevano di saltare intorno. Diventava tutto silenzioso e io sognavo. La mia vita. Sognavo di andare lontano, e di tornare ricco. Con delle belle scarpe, e ne compravo anche a te e al babbo. Però andare scalzo mi piaceva: era solo perché i ricchi le scarpe le portano sempre. Ma vuoi mettere, l'erba fresca sotto i piedi, al mattino? Qui tutti abbiamo le scarpe: scarpe pesanti, dure, non sono scarpe da ricchi. Anche queste, qui davanti a me... non so di chi sono. Non lo vedo bene, non lo riconosco. Fa caldo, ho uno strano sapore in bocca. Non mi stai più chiamando, mamma?
Forse mi sono addormentato. Ho sognato: qualcosa di duro, e forte, e pesante, mi stava sul petto. Che fatica respirare, mamma. Vorrei scriverti ma non riesco a girarmi, e forse ho lasciato il lapis nella tana, in trincea. Tutti abbiamo scritto, la notte scorsa. Non so però se era la notte scorsa, non so quanto tempo è passato. Non vedo il cielo. Qualcosa mi pizzica, sulla faccia, e vorrei tanto bere. L'acqua fresca del nostro pozzo. Qui l'acqua non è mai fresca abbastanza. Non mi piaceva, stare in trincea d'inverno: ma era meglio di ora. Questa non sembra neanche più terra: è tutta ferro, e schegge, e morti. Sotto la neve, a dicembre, non si vedeva più nulla: e potevo pensare di essere vicino a casa, perché il bianco della neve è sempre bianco, dappertutto. Oh sì, era freddo: so che nelle lettere non dovevo dirtelo, ti sarai preoccupata. Non era poi così freddo: ma avevo nostalgia. Di tante cose. Della stalla tiepida. Della polenta fatta da te, e dalla Nina insieme. Lo sai che mi piace, la Nina? E' vero, siamo vissuti insieme come fratelli da quando il suo babbo non è più tornato. Ma non siamo fratelli sul serio. Ha quei capelli così chiari, e profumati. Cioè non lo so, se sono profumati, ma credo di sì. Questo peso non va via mamma, non se ne va più via. Perdonami per quando mi nascondevo nel grano.
Il sole è a picco. Ci sono rombi soffocati, lontani. La battaglia non è più qui. Qui c'è soltanto l'attesa, e qualche flebile lamento, sempre più raro. Nella terra di nessuno, tra le trincee, si aspetta solo di morire.
Io gli voglio bene, al babbo. Solo che non mi riesce di dirglielo. Non l'ho potuto aiutare, l'estate scorsa alla mietitura: e mi sa che anche quest'anno non potrò. Non sembra giugno, qui. Da noi a giugno è tutto verde e oro, e ci sono le rane nei fossi e i ragazzini che cercano di acchiapparle.
Spaventavo la Nina, da piccola, mi mettevo le rane in testa a corona sul cappello. Lei urlava e scappava via. Ma non ero cattivo, volevo solo giocare. Lei era sempre seria. Anche adesso. A volte, prima che partissi, mi piantava in faccia quei suoi occhi grandi così e non mi riusciva più di guardarla. Diglielo tu alla Nina, mamma: diglielo tu che quando torno me la sposo.
E' tutto bagnato, qua sotto, Umido, appiccicoso. Sembra come nel fango della trincea, dopo la pioggia. Non pensavo, si potesse vivere anche così: invece si può. Ci sono i pidocchi, i topi. Tanta fame. Se piove si affonda fino alle ginocchia. Una notte mentre avanzavamo lungo vecchie trincee sotto la pioggia, dal fango del fondo affioravano i morti. Come sono contento che le donne non vengono alla guerra. Le donne sono fatte per il sole e per il grano, mamma. Come te.
Sento un respiro leggero leggero, che non capisco più di chi sia. Chi respira, ora? Prima - prima quando non lo so - mi faceva male il petto, e la schiena. E' per questo che ho smesso di parlarti, non ci riuscivo. Delle lunghe fitte, e poi niente e buio all'improvviso. Ora c'è il sole. Forse non è mai andato via: ma io non riesco a vederlo. C'è questa grossa scarpa che lo copre. Mamma, non c'è nessuno che può venire a prendermi. Però non fa più tanto caldo, e non ho più tanta paura.
La chiazza di sangue sul terreno è larga e scura, intride tutta la terra. Peter gira piano la testa, esce dal cono d'ombra della scarpa di un soldato morto davanti a lui. In un rantolo di dolore si gira, aggrappandosi per un istante con le dita a un filo d'erba tenera; si rovescia sulla schiena, e ad occhi spalancati guarda il cielo. La luce sta calando, ma l'azzurro si fa più azzurro, per qualche istante: mentre Peter sogna ancora la sua vita. Poi dalla terra affogata di calore delle trincee e dalla valle lontana sale la nebbia: lenta, leggera.
UN RACCONTO DI CHIARA GRAVINA

Commenti

Post popolari in questo blog

Sei un fiume forte, non ti perderai