VENETO 1915-1918 LA GUERRA IN CASA














Ottantanove anni fà, il 4 Novembre 1918, si concludeva a Vittorio Veneto la prima guerra mondiale. Un evento importante per l'Italia, che ne usciva vincitrice, e sopratutto per il Veneto che per tre anni aveva convissuto con " la guerra in casa ".
Ma si può e si deve celebrare una guerra, anche se si è conclusa vittoriosamente ? La mia risposta è negativa: guerra significa, sempre e comunque, morte e distruzione, dolore e sacrificio. Tanto, più quando, come è il caso del conflitto del '15-'18, si tratta della prima guerra di massa vissuta dall'umanità, la prima per la quale è stato utilizzato il terribile attributo "mondiale", la prima nella quale apparvero gli aerei che seminavano la morte dal cielo e vennero utilizzate le tremende armi chimiche.
E allora, caso mai,evitando di cadere nella retorica, si può cellebrare la pace, la fine, dopo tre anni, di un incubo per milioni di soldati impegnati a spararsi l'un l'altro e per interi popoli costretti a sopportare lutti, deportazioni e privazioni d'ogni genere.
La mia vuole essere un ricordo disincantato, anche se a volte, appassionato di un evento che ha segnato a fondo la vita e la stessa natura del Veneto e dei suoi abitanti.
La nostra regione è stato il teatro principale della tragedia, pagando questo "privilegio" a un prezzo molto alto.
I Veneti, militari e civili, hanno dato il contributo maggiore al terribile bilancio finale italiano della prima guerra mondiale che è stato calcolato in oltre 650 mila morti, più di un milione di feriti e mezzo milione di mutilati.
Senza contare gli immani danni materiali che le città, i paesi, le campagne, tutto il territorio veneto hanno subito e di cui ancora adesso. dopo novant'anni, restano alcune tracce e testimonianze.
Il bene della pacew è troppo prezioso, anche se la follia degli uomini tende spesso a sottovalutarlo e sperperarlo. come successe appena vent'anni dopo la fine della prima guerra mondiale quando l'umanità precipitò in un nuovo conflitto ancora più devastante e come succede ancora oggi con lo stillicidio di guerre, che definiamo regionali o minori, ma che lasciano sul campo più di un milione di caduti.
E Tonle chiuse la porta
Alle 3.55 del 24 Maggio '15 la prima cannonata dal Verena. Ai forti austriaci di Belvedere, sull'Altopiano di Lavarone, di Luserna, Verle e Pizzo di Vezzena si contrapponevano i forti italiani di Punta Corbin, Campolongo, Verena, Interrotto e Lisser. Come sempre il nostre Tonle in quella primavera del 1915 lavorava a spargere il letame sui campetti ma, la sua vera passione era quella di starsene con le pecore sui pascoli; le conosceva a una a una per il colore della lana e per la maniera di belare anche se sembravano tutte uguali. Quando nel pomeriggio lo raggiunse un nipote si dicevano poche cose essenziali, ma così chiare e semplici che i silenzi che seguivano erano come meditazioni sulle stagioni, sui lavori, sul bosco, gli animali domestici e selvatici. Suo nipote gli raccontò che la maestra aveva spiegato che presto l'Italia sarebbe entrata in guerra contro l'Austri-Ungheria per liberare Trento e Trieste. Quella del 1915 fu sull'altopiano una primavera molto bella, la neve, con le pioggie di Marzo, si era sciolta molto in fretta, e pareva proprio che più di ogni altro anno passato la chiamata della primavera avesse svegliato in anticipo la vegetazione.
La mattina di buon'ora del giorno 24 Maggio Tonle aveva guidato le pecore verso i soliti pascoli; poi si sedette ad accendersi la pipa e a godersi il giorno. Senti dapprima come un brontolio per il cielo, poi uno scoppio lontano. Si alzò in piedi e guardò attorno; non vide niente ma ancora sentì quel brontolio e lo scoppio ripetersi e susseguirsene altri più numerosi. Allora capì: era incominciata la guerra.
Per questo quella mattina, sul fare del giorno, Tonle non vide i camini fumare, ne gente in movimento negli orti o nelle strade che portavano ai boschi. Prima non ci aveva fatto caso, ma dopo aver sentito quei colpi capì il perchè. Per la seconda volta riaccese la pipa; sentiva tristezza e anche rabbia quasi da sentirsi cattivo anche lui per la crudeltà dei governi e dei poeti che volevano la guerra. Questo pensava Tonel guardando le sue pecore, tirando nella pipa e ascoltando il cannone oltre la montagna.
Mario Rigoni Stern

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